Medicina tradizionale cinese e agopuntura

Articolo pubblicato su Dirigente n.6 di giugno 2018

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La medicina tradizionale cinese ha una storia millenaria e la sua origine si perde nella leggenda.
Si fonda principalmente su tre discipline: agopuntura, erboristeria e massaggi tradizionali, ai quali si possono aggiungere le ginnastiche 
respiratorie (Qigong, Taiqiquan).

L’agopuntura è la terapia maggiormente diffusa in occidente in quanto permette di ottenere buoni risultati in numerose patologie senza l’utilizzo di farmaci, oltre a essere facilmente praticabile in ambito medico.

Ciò che differenzia maggiormente la medicina cinese da quella occidentale è l’approccio olistico: il paziente è analizzato nella sua complessità senza focalizzarsi esclusivamente sulla patologia.
Secondo questa visione la malattia è provocata da uno squilibrio energetico dell’organismo considerato come sistema formato da corpo e psiche, pertanto se nella medicina occidentale si tende a evidenziare un sintomo, in quella cinese si ricercano le cause correlate.
L’idea di base è ispirata al taoismo, una filosofia di vita che vede la capacità di invecchiare mantenendosi in buona salute come punto di arrivo della propria esistenza.
La formula che meglio esprime questo concetto è (“yang sheng”, nutrire la vita). Per quali disturbi è utile L’Organizzazione mondiale della sanità ha stilato un lungo elenco di patologie per cui l’agopuntura risulta essere efficace, utilizzata come unica terapia o affiancata alla farmacopea occidentale.
Nella mia esperienza clinica i disturbi che tratto maggiormente sono le patologie osteoarticolari, le cefalee, le gastriti, l’insonnia, i disturbi ormonali e in generale tutte le patologie stress correlate.

 

Aghi e coppette

La diagnosi, in medicina cinese, avviene attraverso lo studio della forma e del colore della lingua e la rilevazione del polso radiale.
Queste due pratiche, unite all’osservazione della costituzione e al colloquio iniziale, permettono di individuare il tipo di squilibrio energetico presente nel paziente.
Sulla base di questo si decide in quali punti specifici del corpo bisogna agire inserendo gli aghi, talvolta collegati a uno stimolatore elettrico (nella tradizione i punti su cui si può intervenire sono 365, come i giorni dell’anno) o applicando sulla pelle una coppetta di vetro con funzione di ventosa (verrà creato un vuoto d’aria attraverso la bruciatura dell’ossigeno con un cotone infiammato). Oppure lo stesso punto può essere riscaldato usando un sigaro di artemisia essiccata (moxibustione).

Va ricordato che per la medicina cinese le emozioni hanno sede negli organi, dunque un eccesso o un blocco dell’emotività provoca uno sbilanciamento energetico che si ripercuote a livello organico: ad esempio la rabbia è legata al fegato, pertanto se questa emozione si protrae nel tempo troverà sfogo proprio in quest’organo. 

Una terapia prevede di solito un ciclo di 8/10 sedute una o due volte alla settimana a seconda delle patologie e da come reagisce la persona.
Gli aghi vengono lasciati nel corpo per una ventina di minuti.
Non ci sono controindicazioni, 
occorre solo prestare attenzione se il paziente assume anticoagulanti.

 

I manager e la Cina

Risulta evidente che la cultura cinese ha sviluppato una visione del mondo totalmente diversa dalla nostra.
La cosa per me è stata chiara dalla prima volta che ho varcato la soglia di un ospedale cinese nel lontano 1986.
Oggi è sotto gli occhi di tutti e sicuramente molti dirigenti sono allarmati dall’aggressività economica della Cina, frutto di un approccio culturale molto più pragmatico e vincente su molti fronti. Il loro pensiero non si sviluppa secondo i nostri modelli ma procede sempre molto legato alle realtà e fa sembrare anacronistico ad esempio l’atteggiamento americano,  improntato sull’efficienza, la velocità e in definitiva l’ansia.

È proprio il caso di dirlo: siamo entrati nell’epoca della Cina, dunque perché non riscoprire la loro cultura e medicina millenaria di questa civiltà oggi protagonista?

Dirigente n.6 giugno 2018
Dirigente n.6 giugno 2018
intervista al dott. Carlo Barbieri

 

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