Perchè la Evidence-Based Medicine (EBM) deve essere integrata con la Medicina Tradizionale Cinese (MTC)

Oggi si sente molto parlare parlare di medicina basata sulle evidenze (EBM, Evidence-Based Medicine) definita dal padre di questo metodo, David L. Sackett, come ”l'uso esplicito e coscienzioso delle migliori prove scientifiche nel prendere decisioni nella pratica medica”.

 E’ importante però riconoscere che la medicina non fa parte delle “Scienze esatte” come la fisica, la biologia o l’astronomia.

Ancora nel 1951 Sir Lionel Whitby, professore di fisica a Cambridge, scriveva: ”Noi sappiamo che nel campo della fisiologia e della patologia, mediante un approccio scientifico, è possibile stabilire con esattezza un fatto. Ma l’esperienza ci dimostra che il fatto isolato può essere interpretato in modi diversi a causa delle molteplicità delle varianti in gioco, per la complessità dei sistemi che costituiscono l’organismo umano e per la fallibilità dell’osservatore.”

 Nella ricerca medica l’impossibilità di definire tutte le variabili e di eliminare l’elemento personale porta ad un’ interpretazione disinvolta dei dati clinici: “più della metà dei saggi scientifici di argomento medico potrebbe essere semplicemente falsa”, scrisse nel 2015 Richard Harton direttore della rivista “The Lancet”, bibbia della medicina. Non molto diversa è la conclusione di Marcia Angelln storica redattrice del New England Journal of Medicine e ora professore alla Harvard Medical School di Boston: ”non è possibile credere alla gran parte della ricerca clinica che viene pubblicata, fare affidamento sul giudizio dei medici di fiducia o su linee guida mediche autorevoli. Non gioisco di questa conclusione formatasi gradualmente e con riluttanza nel corso di due decenni da direttore della rivista”. Certamente le ditte farmaceutiche sono le principali sponsor delle ricerche, con evidenti conflitti di interesse, ma il problema è il metodo.

 Se la medicina non è una scienza esatta, in che modo possiamo definire la salute e la malattia? Oggi il criterio adottato è statistico: sana è la persona “normale” cioè quella che ha tutti i valori di laboratorio e i dati clinici rientranti nella maggior frequenza statistica. Ma possiamo accontentarci di questo? Io stesso, alcuni anni dopo la laurea, sono andato in Cina a seguire un corso di Medicina Tradizionale Cinese in cerca di risposte ai problemi raccontati dai pazienti con esami di laboratorio nella norma. Penso questo sia il motivo che spinge molti colleghi a seguire corsi di medicina “complementare”.

 Evidentemente molti medici non si accontentano del rapporto esclusivamente tecnico che la medicina attualmente offre e cercano qualcosa che dia un aiuto più articolato alla sofferenza dei pazienti. Un esempio che in qualche modo fa da compendio alla “medicina basata sulle evidenze” lo propone da alcuni anni la Columbia University, e in seguito altre Università, che offrono dei masters di “Medicina Narrativa”. In questi corsi si insegna a medici e operatori sanitari l’importanza di ascoltare la storia personale e come il malato vive la propria patologia. Il tentativo è quello di curare una persona e non la malattia come entità a sé stante.

 A riprova di come la medicina stia cercando altre risposte ce lo fornisce un editoriale del Lancet del 2009 che riprende un lavoro pubblicato molti anni prima da George Canguilhem, filosofo e storico della scienza, direttore dell'Istituto di Storia delle Scienze di Parigi. In questo articolo si sottolinea la necessità di integrare il concetto di salute utilizzato dal WHO e definito non solo come assenza di malattia ma come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, per estenderlo ad altre due dimensioni. La prima riguarda la biodiversità: l’essere umano non vive in un vacuum e la nostra vita è interdipendente dalla totalità del mondo vivente. Risulta pertanto impossibile separare la salute dell’uomo dallo stato in salute della grande varietà di animali, piante, funghi e microorganismi che costituiscono il nostro Pianeta. 

La seconda si spinge fino al regno inanimato in quanto la salute della biodiversità, di cui facciamo parte, è strettamente in relazione ai cambiamenti di clima, inquinamenti e modificazione dell’habitat terrestre.

 Canguilhem rifiuta l’idea che esistano stati normali e patologici definibili statisticamente, vede piuttosto la salute come la capacità di adattarsi al proprio ambiente. La salute non è un’entità fissa. Varia in ogni individuo e dipende dalle circostanze. Lo stato in salute non deve essere definito dalla medicina ma dalla persona stessa in accordo con il suo sentire e i suoi bisogni funzionali. Il ruolo del medico è quello di aiutarla a capirli.

Questo approccio pone il paziente e non il medico in posizione di autorità nella definizione dei suoi bisogni di salute, rovesciando il paradigma attuale.

 Riusciremo mai ad avere una sanità così evoluta? Io ne dubito. Certamente la medicina, grazie sopratutto all’apporto della tecnologia, ha avuto un’evoluzione straordinaria in questi ultimi decenni e ulteriori passi avanti li può fare, a mio parere, se riesce a guardare in modo costruttivo alla propria storia. Più precisamente alla diatriba tra due geni della medicina: Louis Pasteur che attribuiva esclusivamente ai germi le cause delle malattie (il germe è tutto) e Claude Bernard sostenitore dell’importanza di avere un terreno sano per evitare la crescita di germi patogeni (milieu interiéure).  La vittoria del primo ha fatto concentrare ogni sforzo nello studio di virus, batteri e ogni agente patogeno, ora è venuto il momento di concentrare lo studio sul cosiddetto terreno.

 Studiare il Terreno significa avvicinarsi al pensiero di Canguilhem, accettare che l’organismo umano sia integrato in un sistema di relazioni con il mondo vivente e inanimato, diventa un discorso sociale, ambientale, psicologico e, perché no, politico. Il fatto che negli Stati Uniti il Coronavirus stia facendo strage sopratutto tra afroamericani dei ceti sociali più discriminati ne è la prova: è in questa classe sociale che si trova il maggior numero di obesi e diabetici, categorie più vulnerabile al virus. Il cibo industriale, più economico, è incriminato perché più ricco di zuccheri, antibiotici, ormoni, conservanti, tutte cose riconosciute come dannose per il metabolismo.

 Aprendo l’orizzonte della medicina, allargandola allo “stile di vita”, il termine che oggi usiamo per designare il Terreno, sarebbe una grande occasione utilizzare il sistema di pensiero della Medicina Classica Cinese, da millenni focalizzata sulla prevenzione.

Come dice Francois Jullien, filosofo e sinologo, spiegando il diverso approccio con la realtà esistente tra le due culture: “l’eredità greca ci fare creare con il nostro intelletto un modello, poi con la volontà facciamo entrare la forma progettata nella realtà, nella cultura cinese la realtà è vista come un susseguirsi di trasformazioni”.

Vedere la salute non in modo statico ma come un processo in continua evoluzione che vede ogni cosa esistente come parte di un Tutto governato dalle stesse leggi della Natura: è questo il grande insegnamento che potremmo trarne.